La nostra storia
Far memoria è sempre utile e doveroso insieme, per rinsaldare vincoli di appartenenza che legano i membri di una comunità. Una famiglia, una comunità, un popolo trovano infatti nella memoria storica una componente fondamentale della loro anima.
La scuola San Vincenzo de’ Paoli è una comunità viva, una comunità educante. È giusto, pertanto, che senta il dovere di far memoria di tanti anni (180 anni) d’impegno educativo, profuso a favore di innumerevoli generazioni di ragazzi e ragazze e di giovani della nostra Ravenna e dintorni.
Negli anni, il progetto educativo si è andato aggiornando e affinando e ha dimostrato la sua efficacia nel far crescere e maturare solide personalità umane.
180 anni non sono davvero pochi. E tuttavia, vissuti giorno dopo giorno, alla luce del servizio all’educazione e alla fede, quasi passano inosservati se non ci si ferma a ricordare, ripensare, valutare, con la mente e con il cuore, tanta ricchezza di vita, di relazioni, di affetti offerti e ricevuti, di gioie, fatiche e attese comunicate e condivise.
Era l’anno 1846, quasi 180 anni fa…
«Dall’Em.mo Arcivescovo Chiarissimo Falconieri, che dal 22 ottobre 1826 ebbe per 33 anni il governo della Chiesa di Ravenna, vennero chiamate nel 1838 alcune Suore della Carità a prestare la benefica opera loro in questo Ospedale Civile, dove fecero ingresso il 4 settembre e si prestarono poi, col più grande zelo, a vantaggio del pio luogo e a sollievo dei poveri infermi. In seguito, e precisamente nel 1841, altre Suore della Carità vennero dal su mentovato Arcivescovo designate a dirigere il Conservatorio delle Orfanelle che si trovava in un locale di proprietà della Congregazione di Carità in via degli Orfani, ora adibito a Regia Scuola Normale Femminile. Anzi, di questo vasto locale una parte venne destinata come loro Casa. Fu in questo locale che esse istituirono una scuola esterna con duplice funzione; di dare cioè, gratuitamente a fanciulle povere l’istruzione elementare e le prime nozioni di lavori donneschi, e di impartire, a pagamento, a fanciulle e a fanciulli di umili ceti sociali quelle altre forme d’istruzione maggiormente preferite dalle famiglie. Questa seconda funzione ebbe, in seguito di tempo, un più completo sviluppo, essendo state accolte anche fanciulle appartenenti a famiglie agiate quali educande e così si istituì pure l’Educandato delle Suore della Carità.»
Tratto da “Giornale di Scuola aa.ss. 1841-1996”, “Parte I” a cura di Paola Rossi Balella, Edizioni del Girasole.
Ricordi di scuola
UNA CARA PRESENZA: Suor ROSALIA GELLI
Suor Rosalia ha ricordi molto “datati” della vita dell’Istituto, dove entrò bambina (era una delle bambine accolte dall’opera Galletti-Abbiosi) e qui è ancora oggi una cara presenza.
Racconta della “scuola di cultura”, dove le ragazze studiavano inglese e francese con suor Françoise, mentre suor Lorentina era insegnante di musica. «Inoltre c’era una scuola di ricamo, di ricamo per arredi sacri e di pittura, sotto la guida di suor Beatrice.
La scuola di musica preparava sempre il saggio finale; allora la scuola posse deva ben 5 pianoforti, di cui 1 a coda».
Suor Rosalia ha insegnato per 32 anni a Ferrara, dal 38 al 69, nella scuola laboratorio di Borgo di Sotto 49 in Ferrara. Nel laboratorio si insegnava ricamo e rammendo. Le ragazzine, dopo le elementari, iniziavano questa attività e frequentavano per imparare un lavoro; il corso era gratuito e, man mano che imparavano, cominciavano a guadagnare.
Suor Rosalia ricorda che a volte le veniva recapitato un piatto di porcellana, anche da grosse città come Milano e Roma, e lei in base al disegno del servizio doveva fare il disegno della tovaglia.
Suor Rosalia ricorda com’era la casa di Via Guaccimanni, prima che venisse adibita a scuola la parte di Via Negri; il cortile che ora è della scuola era uno spiazzo di “corte”, col pozzo e le stalle, e i fattori vivevano appunto nell’ala di Via Negri. In Piazza San Francesco c’era l’orto dei frati della Chiesa, e la zona era praticamente “chiusa” poiché la via Negri non aveva sbocco.
Suor Rosalia era una ragazza vivace, con una grande vitalità, tanto che le sue insegnanti avevano trovato in lei doti di atleta e di ginnasta. Ma ricorda anche un altro giovane “atleta”‘, che non esitava a scavalcare finestre e fare salti per “guadagnare la libertà”! Era il piccolo Benigno Zaccagnini, che a volte scavalcava le finestre della Chiesa delle Suore e se ne andava a casa. Ah, quanto tempo, buona e dolce suor Rosalia…
LE MIE SUORINE di MARIO SILVESTRI
Correva l’anno in cui avevo compiuti i tre anni d’età e poiché ormai non avevo più bisogno della costante presenza della mamma, ed inoltre disponevo – anzi la mamma disponeva – di una sorellina di tre anni maggiore di me che già andava dalle “suorine” (così era detto l’asilo delle Suore di Carità in via Guaccimanni), fu logica soluzione dirottare anche me su tale strada. Così alla mattina, con le nostre cestine della colazione in mano, mia sorella ed io, lei duce io gregario, partivamo da casa di Via Corridoni angolo Mangagnina, diretti all’asi-lo. Allora siffatto viaggio non rappresentava, per due bambini, problemi di sorta; la gente forse era più buona (certamente più timorata della pubblica autorità); le automobili erano ancora una curiosità, negli anni tre le due guerre.
Per chi, come noi, veniva da sud (a risalire: Via Mazzini, Borgo S. Rocco, Mangagnina), l’ingresso era quello di Via Guaccimanni (altro ingresso era in Via F. Negri), “l’ingresso principale, nobile”. Non ricordo per nulla l’impatto con la nuova realtà, molto probabilmente perché non ci fu alcun impatto. Varcando il monumentale portone (così a me che non raggiungevo ancora il metro d’altezza) si entrava nell’atrio. A destra la guardiola della suora guardiana, Suor Vincenzina, una anziana (nell’ottica di un bambino di tre anni) suora tuttofare. Sulla parete di sinistra, invece, dopo un vaso pensile di asparagina ed un quadro raffigurante una suora (che mi sembra mi avessero detto era la suora fondatrice dell’Ordine) si apriva una ampia porta a vetri, dietro la quale si intravvedeva un ampio scalone che portava ai piani nobili.
Una porta immetteva nella cappella, che non mi era ancora dato di vedere, in quanto non avevo ancora fatto la Cresima e la prima Comunione, e quindi ammesso a pregare solo in un limbo in fondo al secondo cortile, o, nella buona stagione, all’aperto, davanti al gruppo rappresentante la fede di Lourdes con la Madonna benedicente e la pastorella orante, sempre nel secondo cortile in fondo a destra. Sulla destra, una porta che forse immetteva nell’ufficio della Madre Superiora, che non ricordo per niente, all’infuori del nome, Suor Imelde Morini.
Dall’ingresso, attraverso una ampia porta a vetri, si accedeva al primo cortile, grande, un poco tetro, lastricato a ciottoli con due chiaviche poste sulla linea mediana sormontate da due enormi – per me – palle di pietra a chiusura. In fondo sulla sinistra era l’aula di Suor Françoise, insegnante di francese e mentore di mia sorella che frequentava il suo corso. Eravamo ancora nella zona riservata, da attraversare il più rapidamente possibile.
Per mezzo di un ampio passaggio ad arco si accedeva al secondo cortile: il nostro regno. In fondo, in linea con il passaggio dal primo al secondo cortile, c’era il portone secondario che apriva su via Francesco Negri. Sulla sinistra un pergolato, la rete di separazione dalla proprietà Franchi; in fondo il teatrino, il refettorio (ci portavamo da casa il secondo, le suorine passavano la minestra: gli immancabili “uciletti”), le aule distribuite sull’ala destra del cortile. In fondo a destra, come detto, la grotta di Lourdes.
E lì, era il nostro regno, fatto di fantasia.
LA PALLINA ROSSA – RICORDO DI SCUOLA E D’AMORE (Anni Venti) di PAOLO ZAMPIGHI
La casa in cui abitavo da bambino si trovava dall’altro lato della strada, di fronte al portone delle “suorine” (così chiamavamo per brevità e per affetto le Suore della Carità dell’asilo, oggi di San Vincenzo).
Dalla strada si udivano, nell’ora di ricreazione, le vocine dei bambini miste a
quelle delle “suorine”. Ma la mia casa non si trovava nella via d’accesso principale all’asilo, bensì nel “cul de sac” di Via Negri, che non aveva sbocco là dove oggi c’è Largo Firenze.
Toccò anche a me di andare all’asilo: non credo sia stata una tragedia, anche perché la vicinanza di casa e della mia mamma era tale che non ho avuto problemi di “sradicamento”. Anzi!
L’aula riservata alla mia classe era vicinissima al portone che mi divideva da casa mia, che peraltro vedevo dalla finestra. Sul lato opposto invece si apriva un cortile immenso, con tanti alberi: erano i tigli, che in primavera inoltrata diffondevano (come i pochi rimasti in città) quel profumo di fine anno scolastico che ancora oggi mi ricorda tempi spensierati e lontani. Oltre questo cortile, diviso dal fabbricato che comprendeva la cantina, la legnaia ed altri servizi, un altro cortile, più “nobile” collegato al fabbricato principale dell’asilo che dava su Via Guaccimanni e che comprendeva una chiesetta, in cui anni dopo feci la Prima Comunione e la Cresima, gli alloggi delle “suorine” e sale di rappresentanza. Da quel cortile si udiva ogni tanto provenire il suono di un pianoforte: era suor Françoise che dava lezioni di piano e di francese a bambini più fortunati di altri. La nostra era una classe mista. Degli amici maschi ricordo Piero, Mario, Ugo ed altri di cui ho viva la fisionomia ma non il nome.
Ricordo invece la fisionomia e il nome di due bellissime bambine: l’Anna Mioni e la Franca Pericoli. La prima biondina, coi boccoli dorati, la seconda bru-netta, coi capelli lisci; la prima pacioccona, la seconda esile e tutto pepe. Il mio primo innamoramento fu per l’Anna Mioni. Nell’ora di ricreazione le regalai il mio “pegno d’amore”: una di quelle palline colorate, di terracotta (quella era rossa), con le quali si giocava, più avanti negli anni, a “filetto” o all'”ucic” per strada, nelle sere d’estate. Era per me una pallina importante, perché fu il primo regalo che ricevetti – insieme ad una padellina di latta – da un’amica di mia mamma, che abitava al piano di sopra; fu per il mio terzo compleanno.
Dopo l’anno della “Prima preparatoria” (era il 1929, quello della grande neve) passai ai soli due anni di elementari che si potevano frequentare dalle “suorine”; in prima ebbi come maestra suor Bianca, una maestra piena di tenerezza; in seconda suor Maddalena, dal tratto leggermente burbero che dissimulava una bontà infinita.
Le suorine avevano allora un copricapo in stoffa nera e alette bianche inamidate (le cosiddette cornette, come erano dette comunemente), il tutto fermato da uno spillone infilato tra i capelli (che non abbiamo mai visto).
Fu durante le feste di carnevale che successe il fattaccio. Avevamo mascherine di cartapesta sottile ma ben fatte. Ricordo distintamente la mia paura quando mi si presentò davanti un viso di lupo: ebbene, dopo tanti anni riconosco ancora per strada il bambino di allora!
Io portavo anche gli stivali di cartone fatti in classe, che mi ero “guadagnato” per la diligenza che avevo dimostrato nei compiti e nella tenuta dei quaderni.
Durante uno dei giochi in cortile (un “girotondo” o “mosca cieca”) sfiorai con la mano i capelli della Franca Pericoli, ma solo perché, così lisci, volevo sentirne forse la consistenza al tatto, così per “curiosità”
Fu una curiosità poco gradita all’Anna Mioni che, “indignata”, mi restituì la pallina rossa, pegno della mia dedizione così bistrattata. Era stato un tradimento e meritavo la punizione.
Quegli anni se ne andarono velocemente e lasciammo quel cortile col profumo dei tigli per frequentare il resto delle elementari alle scuole pubbliche, non prima di aver sostenuto un esame di ammissione.
Passarono molti anni: io rimasi nella stessa casa, nel “cul de sac”: il matrimonio con Costanza e la nascita di Andrea mi trovarono sempre nella stessa strada, venti metri più lontano dal portone delle “suorine”
Anche Andrea andò nel mio asilo.
Non ho mai gettato nulla perché mi è sempre piaciuto circondarmi di ricordi. La scatoletta (o astuccio) che conteneva penna (cannetta), matita, gomma da cancellare, pennini (alcuni a forma di Torre Eiffel) era un parallelepipedo di legno con un coperchio che si apriva e chiudeva a “coulisse”, cioè, scorreva avanti e indietro.
Andrea chiese di aprirla: caddero a terra i pennini, una cannetta e la pallina rossa che evidentemente vi avevo riposto chissà quando, ma molto tempo dopo la “Prima preparatoria”. La pallina rossa, cadendo sul pavimento si ruppe: anche lei aveva subito i segni del tempo.
Mi è rimasto solo il profumo dei tigli che mattina e sera, a primavera, nel tragitto di casa, mi regala ricordi e sensazioni che il tempo non potrà mai cancellare.
LA SCUOLA DEI “SENSI”
di Antonio Iammarino
I ricordi di un’epoca della nostra vita sono spesso legati a sensazioni più che a fatti razionali specie in un’età, quella delle elementari, emotivamente molto sensibile ed ancor di più per me che iniziai la scuola addirittura a cinque anni, piccolo tra gli altri di statura (Beppe Errani, i gemelli Santi).
Epoca diversa, genitori diversi meno carichi di pathos protettivo, noi diversi dai nostri figli, che sono emotivamente e razionalmente “allevati” a bisogni differenti.
Ecco perché la scuola dei “sensi” ‘, senza essere frainteso, legando i ricordi ai cinque sensi, ovvero a semplici sensazioni che mi sono rimaste impresse.
Quanti ricordano il sapore non proprio gradevole, o meglio sgradevole, del bicchiere di latte pastorizzato – erano le prime modernità alimentari – che dovevamo ingurgitare fino in fondo alle 10 tutte le mattine?
Quanti ricordano le variazioni di temperature delle nostre aule riscaldate dalle vecchie stufe di terracotta a legna e il gelo dei corridoi e del refettorio (solo 2 pasti consumati in tutte le elementari seguiti da malattia: bronchite e vomito erano le mie specialità)?
Quanti ricordano la visione del malcapitato di turno che girava per le classi con una lingua di carta lunga sino alle ginocchia appuntata sul grembiule per chi era “chiacchierone” e due belle orecchie da “somaro” attorno al capo per chi prendeva un brutto voto?
Metodo educativo non proprio dei più moderni.
Quanti ricordano il suono di una campanella “vera” , non elettrica, che dal
giardino dava fine al supplizio delle lezioni, con il rito della messa in fila perfetta e del rompete le righe (per fortuna non ho fatto il militare)?
Quanti ricordano l’odore acre di quella cera rossa che veniva in abbondanza distribuita nell’atrio della scuola alla visita annuale del Vescovo (Monsignor Baldassarri), a cui tutti dovevano baciare la mano con quel bell’anello e non capivo il perché?
Concludo con i “sensi” in modo più ameno: ricordo come era carina quella bionda con frangetta (forse di nome Loredana) vicina di banco ad una certa Chiara che si trasferì presto da Ravenna, e che piaceva a tanti. Non parliamo più però di sensi, ma di dolci sentimenti.
LO SPETTACOLINO DEGLI “ALUNNI ALLO SBARAGLIO” di CLAUDIA GRAZIANI (classe 1964)
Grembiule nero, colletto bianco e cravattina azzurra. Questa ‘inconfondibile divisa della S. Vincenzo de’ Paoli, così diversa dal bianco e dai quadretti degli altri bambini delle elementari. Ma non era l’unica cosa che distingueva questa scuola dalle altre. Negli anni Settanta, infatti, non era certo comune fare musica e imparare a suonare il flauto, come non lo era impegnarsi settimanalmente nelle lezioni di ginnastica e disegno. E poi c’erano le gite: Assisi, Firenze… Quanti bambini della nostra età le facevano? Mi ricordo come ora anche i film proiettati nel salone dei bimbi dell’asilo. Che emozione Ben Hur e Quo Vadis! E nell’altro salone, quello dove mangiavamo a pranzo, le feste dedicate alla mamma e le Sante Messe celebrate in occasione del Natale, della Pasqua e della giornata della Carità, per la quale portavamo a scuola sacchetti di zucchero, farina, riso e altro per i più poveri. Come non ricordare Suor Rita e il suo mercatino del mercoledì, al quale con poche decine di lire si potevano acquistare gessetti di zucchero, caramelline e altre “loverie”? Un appuntamento che pochi mancavano. Il divertimento era assicurato allo spettacolino degli “alunni allo sbaraglio” che ogni giorno si improvvisava dopo il pranzo quando, tutti in fila per classe, maschi da una parte e femmine dall’altra, si affrontava il giudizio dei compagni esibendosi in canzoni, barzellette, scenette, racconti inventati. Ricordo la vergogna quando, assieme ad altre due compagne di classe, intonai quella canzone di Nada che diceva qualcosa su un “Re di denari”; se non sbaglio e se la memoria non mi inganna, non fu proprio un gran successo.
Non mi serve chiudere gli occhi e concentrarmi per ricordare quegli anni. E tutto nitido nella mia mente e nel mio cuore: suor Giuseppina, suor Matilde, la signora Pia che conosceva a memoria i numeri dei tegamini per far scaldare le pietanze che portavamo da casa per il pranzo, e a quale bambino corrispondeva-no. Il mio era il 17. Rimase solo un po’ sconcertata quando, io ormai in prima media, lo passai a mia sorella Caterina. Già, i tegamini. Appena salite le scale, sulla destra, dove ora c’è una piccola biblioteca, c’era una panchina con una bacinella quale bisognava metterli. Portati in cucina venivano poi scaldati. I miei genitori ridono ancora quando ricordiamo insieme che un giorno feci scaldare tonno e fagioli, pensando che nel tegamino ci fossero le polpette di pane che piacevano tanto ai miei compagni. Gliele regalavo volentieri, tanto io non avevo mai fame!
Così le polpette di mia madre diventarono famose.
Che belli quegli anni, sono stati proprio belli. Non solo per questi episodi divertenti, ma per come siamo cresciuti, per ciò che le suore ci hanno trasmesso ed insegnato culturalmente e civilmente. Senza dimenticare il rispetto dell’altro sull’esempio dell’amore di Dio.
Ora indovinate che scuola mio marito ed io, anche lui un ex alunno delle
suore, abbiamo scelto per le nostre figlie?
IO, RAGAZZO DELLA SCUOLA S. VINCENZO di CRISTIANO SERENA MONGHINI
Io, alla S. Vincenzo, ho frequentato asilo, elementari e medie: questa è e rimane la mia scuola.
Quante cose ho fatto durante quegli anni: recite, spettacoli. Mi ricordo soprattutto “Celestopoli”: mi divertii un mondo, fu davvero uno spettacolo riuscito! E ricordo anche l’allestimento di mostre con i lavori di noi ragazzi.
Insomma, ho vissuto quegli anni come una continua esperienza che, oltre la scuola, anzi, con la scuola, ha fatto crescere noi tutti compagni con le nostre insegnanti in un modo bellissimo, con grande serenità e gioia di stare insieme.